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Presidente: DI CERBO VINCENZO Relatore: BALESTRIERI FEDERICO Data pubblicazione: 12/04/2016

Fatto

Con ricorso al Tribunale di Messina, C.P. premesso di
aver lavorato alle dipendenze della società C. s.p.a., poi, C.
eTourist s.p.a., dal 2.5.1969 fino al 27.4.2000, da ultimo con la
qualifica di Capo Motorista, esponeva di aver contratto, a causa delle
mansioni espletate (all'interno della sala macchine e, pertanto,
costretto a respirare gas di scarico ed esposto a rumori di rilevante
entità), una grave ipoacusia bilaterale e broncopatia cronica
ostruttiva unitamente a cervicoartrosi e poliartrosi diffusa. Invocava
la responsabilità datoriale ex art. 2087 c.c. per non aver la società
ottemperato ai propri obblighi volti alla salvaguardia e tutela della
salute dei lavoratori, con condanna della stessa a risarcirgli il danno
biologico patito in conseguenza delle contratte infermità.
Si costituiva la società contestando la fondatezza della domanda di cui chiedeva il rigetto.
La causa, istruita con l'audizione dei testi addotti dalle parti, veniva decisa il 4.2.2004 con il rigetto della domanda.
Ritenne il primo giudice non provata da parte del lavoratore
l'esistenza di un rapporto di causalità tra la mancata adozione di
determinate misure di sicurezza in relazione al lavoro svolto ed il
danno all'integrità psico-fisica di cui il C.P. aveva lamentato la
lesione.
Sottolineava il Tribunale che già nel novembre del 1981 al
ricorrente era stata fornita la 'cuffia antirumore' e che nel 1992 esso
era stato imbarcato sulla nave "G. Pranza" dotata di "control room",
ossia di una zona comandi insonorizzata; e che, peraltro, i locali
delle macchine risultavano adeguatamente ventilate e prive di fumi di
scarico.
Avverso la detta sentenza interponeva appello C.P. deducendone l'erroneità.
Si costituiva la società C., deducendo l'infondatezza del gravame di cui chiedeva il rigetto.
La Corte d'appello di Messina, con sentenza depositata il 3 dicembre
2013, disposte due c.t.u., in parziale riforma della sentenza
impugnata
, condannava la C. e Tourist s.p.a. a corrispondere al C.P.,
per i titoli azionati, la somma di €. 151.256,00, oltre interessi dalla
data di proposizione della domanda giudiziale.
Riteneva la Corte
fondato l'appello promosso dal C.P. limitatamente alla sussistenza del
nesso eziologico tra la denunciata ipoacusia e l’attività lavorativa da
esso espletata, e provato l'inadempimento datoriale relativo al cd.
obbligo di sicurezza, rilevando che non tutte le motonavi su cui fu
imbarcato il C.P. erano munite di misure protettive e che non era poi
sufficiente l'adozione di misure e dispositivi protettivi senza la
vigilanza che le prime venissero osservate e che i secondi venissero
effettivamente utilizzati dai lavoratori.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la società, affidato a tre motivi, poi illustrati con memoria.
Resiste il C.P. con controricorso.

Diritto

l. -Con il primo motivo la ricorrente denuncia
la violazione e falsa applicazione degli artt.115 e 116 c.p.c., in
relazione alle conclusioni della c.t.u. (art. 360, comma 1, n. 4,
c.p.c.). Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un
fatto controverso e decisivo della controversia (art. 360, comma 1, n.4
c.p.c.).
Lamenta che la sentenza impugnata non valutò adeguatamente
le conclusioni del c.t.u. laddove aveva affermato che le ipoacusie
professionali "sono figlie della collocazione temporale del lavoro
stesso, in un contesto tecnologico superato dai tempi" e che dunque la
fornitura o meno dei dispositivi di protezione individuali (d.p.i.),
sia per la loro continua evoluzione ed obsolescenza, sia in quanto il
personale di macchina non poteva farne un uso costante (per la
necessità, ad esempio, di sentire l'efficienza del motore) era
irrilevante.
Il motivo, che peraltro denuncia la nullità della
sentenza impugnata per una pretesa erronea valutazione della c.t.u., è
inammissibile per due ordini di ragioni.
In primo luogo in quanto
non è stata prodotta la c.t.u. in questione, in contrasto con l'art.
369 c.p.c.; in secondo luogo poiché finisce per censurare, nel vigore
del novellato n. 5 dell'art. 360, comma 1, c.p.c., la motivazione della
sentenza impugnata in ordine alla valutazione della consulenza, secondo
il motivato avviso della sentenza impugnata confermativo della
riconducibilità della ipoacusia in questione all'ambiente di lavoro. Su
tali questioni non può poi che rinviarsi alle considerazioni che
seguono.
2. - Con il secondo motivo la società denuncia la
violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2727 c.c.; 115, 116 e
195 c.p.c. (art. 360, comma 1, n.4 c.p.c.).
Lamenta che la
sentenza impugnata, in contrasto con l'onere probatorio gravante sul
lavoratore, ritenne di poter evincere dalla (pretesa) mancata fornitura
delle cuffie antirumore la violazione dell'obbligo di sicurezza,
laddove risultava che il C.P. sin dal 1981 aveva in dotazione tali
dispositivi ed inoltre, negli anni 90, egli era imbarcato su motonavi
dotate di 'control room' che consentiva il controllo a distanza dei
motori; parimenti illogiche e solo congetturali erano le affermazioni
dei giudici di appello secondo cui la società non avrebbe vigilato
sull'effettivo utilizzo dei d.p.i. (ritenuti immotivatamente
insufficienti) e sulla loro efficienza.
Anche tale motivo risulta
inammissibile per censurare, nel vigore del novellato n. 5 dell'art.
360, comma 1, c.p.c., la motivazione della sentenza impugnata sui punti
in questione.
A ciò deve aggiungersi che la Corte di merito ha
accertato che per un lungo lasso di tempo (1985-1992) il C.P. svolse le
sue mansioni di motorista su motonavi non dotate di 'control room' e
che dalle testimonianze raccolte era emerso che sino al 1988 gli
addetti alla sala motori non erano dotati di cuffie antirumore. Deve in
ogni caso evidenziarsi che l'ipotetica obsolescenza dei d.p.i., ovvero
l'utilizzo di altri sistemi (es. control room) non elimina certamente
l'obbligo di sicurezza di cui all'art. 2087 c.c., che per il suo
carattere di norma di chiusura del sistema protettivo (cfr., ex aliis,
Cass. n. 4840\2006, Cass. n. 12138\2003), impone comunque
all'imprenditore di adottare tutte le misure che secondo l'esperienza e
la tecnica siano in grado di tutelare e garantire l'integrità psico
fisica del lavoratore, restandone quindi esclusi solo gli atti e
comportamenti abnormi ed imprevedibili del lavoratore, idonei ad
elidere il nesso causale tra le misure di sicurezza adottate e
l'eventuale danno realizzatosi (ex plurimis, Cass. n. 27127\2013).
3. - Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa
applicazione degli artt. 2697 e 2087 c.c., in relazione al nesso di
causalità tra la presunta condotta colpevole e la malattia del
lavoratore (art. 360, comma 1, n.3 c.p.c.).
Lamenta che la sentenza
impugnata ritenne erroneamente di addossare sulla datrice di lavoro
l'onere di provare l'(in)esistenza del nesso causale tra l'ambiente di
lavoro e la patologia denunciata dal lavoratore.
Il motivo è
infondato, posto che la Corte di merito ha ritenuto provato, dalle
testimonianze escusse e dalle altre circostanze di causa, ivi compresi
gli accertamenti peritali, la morbigenità dell'ambiente di lavoro
denunciata dal lavoratore, ed il nesso causale tra esso e la patologia
lamentata dal C.P..
4. - Il ricorso deve pertanto essere rigettato.
Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da
dispositivo. Ai sensi dell'alt. 13, comma 1 quater, del d.P.R. n.
115\02, nel testo risultante dalla L. 24.12.12 n. 228, deve
provvedersi, ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la
ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di
legittimità, che liquida in €.100,00 per esborsi, €.3.500,00 per
compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15% ed
accessori di legge.
Ai sensi dell'art. 13, comma 1 quater, del
d.P.R. n. 115\02, nel testo risultante dalla L. 24.12.12 n. 228, la
Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da
parte del ricorrente principale, dell'interiore importo a titolo di
contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a
norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 12 gennaio 2016


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